In un clima di rinnovato interesse per le tradizioni popolari in Italia e in Abruzzo e di accentuato fervore di studi antropologici e demologici, ci si deve porre alcune domande riguardanti la situazione di tali studi nella Marsica e le difficoltà di ogni ordine e tipo che si frappongono ad una ricerca seria e organica nel territorio marsicano delle manifestazioni passate e recenti di quella che comunemente vien chiamata «cultura popolare» o folklore. I problemi connessi a tale domanda iniziale sono innumerevoli e non certamente tutti di facile soluzione.
Il primo problema è quello relativo alla possibilitá di utilizzare un repertorio bibliografico che serva da strumento di lavoro per coloro che vogliano accingersi ad affrontare scientificamente l'analisi dei fenomeni folkloristici nel territorio marsicano. Molto difficile si presenta il lavoro di chi si accinga a raccogliere e analizzare i contributi scritti che, o in volume o su giornali e riviste, sono stati pubblicati in questi ultimi cento anni, da quando cioé la ricerca demologica ha cominciato ad essere definita scienza e ha provocato l'interesse degli studiosi (1).
Mentre in Abruzzo, sulla scia del Pitré, uomini di cultura come il De Nino e il Finamore si dedicavano con passione tutta romantico-positivista alla raccolta dei documenti e delle testimonianze della tradizionale vita contadina della regione, la Marsica rimaneva decisamente al di fuori dell'ambito della loro ricerca e, se vi rientrava qualche volta, ció avveniva solo sporadicamente, mai di prima mano, ma soltanto come elemento contingente e periferico (2). Tra gli studiosi di cose marsicane vissuti ed operanti nel secondo Ottocento, nessuno si occupó specificamente di tradizioni popolari. Qualche frammentaria indicazione puó venir fuori anche dalle opere di costoro, ma rimane pur sempre una aggiunta o un corollario del tutto marginale alle loro ponderose elencazioni di fatti storici e di personaggi del mondo politico ed ecclesiastico o alle loro erudite ricostruzioni di luoghi antichi e di vicende paesane (3).
Tale situazione, che è di assoluta noncuranza dei fatti e dei documenti della cultura popolare marsicana, non muta affatto nella prima metá del Novecento. È vero che cominciano ad uscire opere che si riferiscono a costumi e abitudini degli abitanti, a credenze tradizionali, a feste e sagre paesane, a leggende e a manifestazioni di religiositá o pietá popolare (4), ma quasi sempre si tratta di modestissimi contributi strapaesani, sviluppati piú in forma narrativa (come nel caso di Buccella, Falcone, Nardelli e Pennazza) o di rievocazione romantico - sentimentale dei propri ricordi di «villaggio» (Aresti, Laurenti, Scipioni, ecc.), piuttosto che di analisi o descrizione dei fenomeni. Nei casi migliori, ci si trova di fronte a superficiali rassegne di riti o feste della Marsica, non solo senza il minimo tentativo di interpretazione della realtá culturale, sociale e politica che è sottesa a quelle feste e a quei riti, ma neppure con quel minimo di informazione precisa e documentata che si riscontra invece nelle contemporanee cronache locali riguardanti altri temi e altre situazioni (5).
Se, infine, diamo uno sguardo alla miriade di pubblicazioni e di lavori apparsi nell'ultimo trentennio (dal 1950 al 1980), ci rendiamo conto che il disinteresse per la cultura popolare ha ceduto il posto ad una frenesia di passione «romantica» per il primitivo e il paesano, documentata dalle decine e decine di opuscoli e articoli e saggi e Ãnterventi vari sulle piú diverse e interessanti manifestazioni del folklore marsicano, della realtá dialettale, della religiositá popolare, senza peró il contributo né di una sicura metodologia, né di una visione d'insieme del fenomeno culturale, né di una effettiva ricerca fatta sul campo, come invece contemporaneamente sta avvenendo in altre regioni italiane e nello stesso Abruzzo (6).
Le poche eccezioni (7) non sono sufficienti a modificare sostanzialmente il panorama piuttosto deprimente della letteratura demologica nella Marsica; né d'altro canto gli scarsi contributi di studiosi seri e preparati su singole manifestazioni folkloristiche riescono a riempire i vuoti esistenti nel settore (8). La buona volontá degli appassionati locali trova molti limiti nella mancanza di strutture universitarie, che possano favorire la ricerca e la riflessione teorica, e deve cercare quindi il suo sbocco in modesti scritti rievocativi, privi quasi sempre del supporto metodologico e ideologico che viene offerto oggi dall'antropologia culturale e dalla demologia scientifica. Si scrive, pertanto, quasi sempre sull'onda dei ricordi personali, delle sporadiche e frammentarie testimonianze della vecchia nonna o della vecchia zia, della nostalgia per una Marsica che non esiste piú (o che, forse, non è mai esistita se non nel desiderio patetico di qualche innamorato della propria terra) e le cui labili tracce si spera di poter rintracciare in qualche vecchia foto di famiglia o in qualche ingiallito e poco leggibile documento d'archivio. Nei casi migliori si raccolgono immagini scenografiche e spettacolari di manifestazioni pittoriche, ricche di colori, ma anche di quel «pittoresco» che Antonio Gramsci aveva considerato come la morte del folklore e della cultura popolare autentica (9).
Il secondo problema nasce direttamente dal primo o, meglio, scaturisce come inevitabile conclusione da questo sconsolato o sconsolante panorama che, in maniera così sommaria, abbiamo cercato di tracciare. È possibile - questa è la domanda - rinvenire, nell'ambito di una rassegna bibliografica che raccoglie piú di 1500 voci e che va dal Settecento ad oggi, una linea di sviluppo che indichi un sia pur minimo legame o intreccio tra l'impegno degli studiosi (e i fatti folkloristici) da una parte e le vicende storico-politiche e naturali dall'altra? La storia geologico-politica della Marsica di questi ultimi due secoli (per limitarci al periodo in cui correttamente si puó parlare di attenzione alla cultura popolare) è forse quella che, meglio e piú che in qualsiasi altra zona in Abruzzo, potrebbe essere definita e caratterizzata e delimitata cronologicamente in riferimento a momenti-chiave e a nodi drammatici e focali: 1877, prosciugamento del Fucino (con conseguente trasformazione economico-sociale e di costume delle popolazioni); 1915, terremoto del 13 gennaio (tra i piú disastrosi nella storia della Penisola e tra quelli che piú hanno lasciato tracce della loro azione distruttiva e trasformatrice); 1950-52, riforma agraria (l'unica verificatasi, in Italia, in una zona fittamente popolata e con problemi di eccedenza della manodopera) (10); 1967, installazione nel Fucino dell'antenna parabolica di Telespazio (con la conseguente trasformazione perfino della tradizionale immagine oleografica dell'Abruzzo arcadico e pastorale); anni '70, costruzione e apertura al traffico delle autostrade (con conseguente rivoluzione e rottura del secolare isolamento della Marsica e creazione di nuovi rapporti con L'Aquila, Roma e l'Adriatico). La domanda che ci si pone, dunque, è la seguente: in qual modo e in quale misura tali eventi «storici» hanno influenzato e modificato sia la cultura popolare, sia l'atteggiamento degli intellettuali e degli uomini di studio nei confronti di quella cultura? (11).
La risposta non è semplice. Tuttavia, dai dati bibliografici raccolti, si dovrebbe concludere o che una vera cultura popolare non è mai esistita nella zona, o che coloro che han voluto parlare di questa cultura in realtá non sono riusciti a cogliere nessuno dei nessi e dei significati piú genuini che tale cultura dovrebbe esprimere (12). Ed ecco, allora, che subentra un terzo problema: in tutto ció che ci è stato presentato fino ad oggi come espressione autentica delle tradizioni popolari marsicane, quanto c'è di veramente popolare? e, quindi, di veramente autentico? E quanto, di ansia e di sentimento del popolare, si puó ritrovare negli scritti di coloro che si sono arrogati il diritto di parlarne? Ma, forse, conviene capovolgere i termini della questione, e chiedersi quanto di ció che è stato fatto passare finora come folklore marsicano non sia in realtá espressione riflessa della cultura dotta, sia essa laica, sia essa religiosa e «parrocchiale» (13).
A tal proposito, si pensi a quanto materiale sia passato delle opere seicentesche o settecentesche del Febonio e del Corsignani (uomini di chiesa) dapprima nei libri del De Nino e del Finamore e successivamente negli scritti dei nostri contemporanei (14). Da questa nostra riflessione (che è piú che un semplice so-spetto) scaturisce il quarto problema: quale sia stato, cioé, il «peso» determinante dei folkloristi abruzzesi del secondo Ottocento e del primo Novecento nel processo di «falsificazione» o di mistificazione della cultura popolare marsicana, e in quale misura le loro responsabilitá si mescolino e si intreccino con quelle dei loro imitatori e dei loro «saccheggiatori» (15).
Intanto, pur essendoci nella Marsica una sterminata schiera di opere «locali» (e molte anche folkloristiche), mancano in realtá sia organiche raccolte di canti popolari autentici, sia rassegne comparate dei numerosi dialetti locali, sia serie analisi antropologiche sulla religiositá popolare (16), sia inchieste e lavori di ricerca sui rapporti tra folklore e politica, folklore e realtá storica, folklore e territorio (17). Eppure (e tale constatazione risulta alquanto sconcertante) nessun'altra zona dell'Abruzzo ha vissuto così come la Marsica le vicende passate e recenti della propria storia, riuscendo a rielaborare storiograficamente e criticamente gli avvenimenti piú significativi e piú determinanti del suo sviluppo (18).
Si tratta, quindi, di stabilire in quale rapporto siano vissuti e vivano ancor oggi gli intellettuali marsicani, chiusi spesso nella loro torre di avorio di studiosi da tavolino e da biblioteca (e taluni anche eccellenti!), ma non disposti a concedere una sia pur minima possibilitá all'altra cultura, alla cultura popolare, di presentarsi e di esprimersi in forme autonome e diverse. Anche quando, talvolta, si è posto in evidenza il ruolo sociale, morale, politico, «culturale» del cosiddetto popolo, lo si è fatto dall'alto della propria egemonia culturale e con il distacco e la freddezza (o anche con l'atteggiamento paternalistico e bonariamente sorridente) dell'uomo superiore che si affaccia dalla finestra per contemplare la «plebe», i «cafoni», ma che in realtá non entra mai in vero e quotidiano contatto «fisico» con essa. Senza togliere alcun merito di natura estetica o piú profondamente artistica, ció è accaduto perfino a quegli intellettuali che, per scelta politica o estrazione sociale, avrebbero dovuto sentirsi piú vicini al popolo e alla «cultura contadina» del Fucino e della Marsica (19).
Il nostro non vuol essere un atto d'accusa o un processo alla classe «colta» marsicana, bensì una constatazione di uno stato di fatto, le cui radici sarebbero da ricercarsi in un costume tanto antico quanto antica è la radice «feudale» di certe manifestazioni comportamentali, tuttora esistenti in gran parte del territorio di cui ci stiamo occupando, e che è proprio non soltanto della classe borghese, ma spesso anche di coloro che sono riusciti a realizzare una loro ascesa sociale (e che, molte volte, sono i piú accaniti nel respingere o rifiutare le loro origini, le loro «radici» (20).
Pertanto, per chi volesse tentare un'analisi sociologica e antropologica della societá marsicana attuale, con particolare attenzione al ruolo che non ha svolto e che invece avrebbe potuto svolgere la cosiddetta «cultura popolare», la strada si presenta irta di difficoltá notevoli. Tuttavia, qualcosa si puó fare.
Limitiamoci, per il momento, all'indicazione sommaria di almeno tre temi di ricerca e di riflessione nell'ambito della cultura popolare marsicana: la «religiositá» popolare, il rapporto folklore-eventi storici, la rinascita dell'interesse per le tradizioni popolari in questi ultimi anni. Se per «religiosità popolare» vogliamo intendere, nella Marsica, la frequenza e l'importanza che hanno avuto e hanno tuttora le feste e le celebrazioni in onore di Santi e Madonne o quelle connesse col ciclo liturgico annuale, dovremmo dire che la Marsica vive ancora oggi in una intensa e profonda atmosfera religiosa. Le feste popolari «cattoliche» rappresentano tuttora una vivissima realtá umana, psicologica e sociale in tutti i paesi del Fucino e dei dintorni, che meriterebbe uno studio rivolto non soltanto a descrivere o ad analizzare le espressioni di pietá spirituale o di folklore, ma anche e soprattutto i significati antropologici che queste feste certamente possiedono, per comprendere i quali non è forse piú sufficiente neanche la metodologia gramsciana e marxista (21). Basti pensare non tanto alle feste patronali, che si celebrano in ogni piú sperduto villaggio della Marsica, quando alle manifestazioni collettive di pietá che sono connesse con i riti liturgici della Chiesa cattolica, dal Natale alla Pasqua (in modo particolare al Venerdà Santo, che vede processioni e sacre rappresentazioni dappertutto, con caratteristiche talvolta originali e culturalmente interessanti) (22), che sono ancora in funzione, nonostante i mutamenti strutturali, economici, sociali, e che vengono realizzate spesso con la partecipazione e la spinta organizzativa di gran parte della popolazione, indipendentemente dall'ideologia politica cui si appartiene e, talvolta, anche in modo autonomo o in contrapposizione alle richieste e alle decisioni del clero locale (23).
Tuttavia, se per «religiositá» deve intendersi qualcosa di piú profondo e di piú autentico, di piú «spirituale», l'analisi del fenomeno nella Marsica non puó essere piú così semplicistica ed esclusivamente basata su dati quantitativi (24).
Innanzi tutto, la «pietá religiosa» delle popolazioni marsicane potrebbe essere vista anche in rapporto alle radici arcaiche dei vari culti: molti studiosi hanno voluto vedere in essi tracce di riti e credenze degli antichi Marsi (25). Tale ascendenza pagana, non sempre radicalmente cancellata dall'influenza smitizzatrice della Chiesa cattolica, avrebbe determinato - secondo molti - il persistere di forme e riti che nulla avrebbero a che fare con la liturgia cattolica o con l'ortodossia, e che molto conserverebbero ancora di pagano o paganeggiante, anche se camuffato con nomi di Santi e di Madonne (26).
A tale primo «carattere» della religiositá popolare marsicana - che peró finora nessuno è riuscito a dimostrare con sufficiente credibilitá - se ne deve aggiungere un secondo, per il quale risulta molto piú facile la ricerca di una documentazione che sia abbastanza credibile: e cioé quello che potremmo definire della «conflittualitá» o «litigiositá» quasi sempre presente nelle manifestazioni collettive popolari.
Di fronte al fenomeno similare, presente in tutta la cultura popolare italiana (ed evidente, in modo particolare, nei «palii» e nelle sfide tra rione e rione), quello marsicano presenta come elementi distintivi sia l'occasione esclusivamente religiosa, sia lo «scontro» tra paesi vicini (e quasi mai tra contrade), sia la ferocia collettiva nei confronti di coloro che osino offendere il santo protettore della comunitá (27).
Un terzo «carattere» potrebbe essere quello della compresenza del momento alimentare, sentita e vissuta in forme e con intensitá maggiori di quanto non risulti in altre zone sia dell'Abruzzo sia di tutta l'Italia centro-meridionale (28).
Altro settore di ricerca, sempre nell'ambito della cultura popolare marsicana, potrebbe essere quello riguardante il rapporto tra i miti, le leggende, i canti, i costumi, le manifestazioni popolari da una parte, e le vicende storiche, sociali e geologiche o metereologiche dall'altra. La storia politica e naturale della Marsica è certamente tra le piú ricche della regione. Posta al confine tra Regno di Napoli e Stato Pontificio, fin dal Medio evo (per non parlare dell'etá classica) essa è stata oggetto di contese e teatro di scontri, che non possono non aver lasciato tracce nella fantasia popolare (29). Accanto alle grandi gesta epiche, come ad esempio la battaglia tra Corradino e Carlo d'Angió, altre vicende dovrebbero aver influito sulla creazione di leggende e comportamenti rituali, come le lotte tra feudatari (soprattutto gli Orsini e i Colonna), gli avvenimenti stessi della storia nazionale (che videro la Marsica luogo di scontro e di rifugio e punto strategico importante in tutte le fasi della storia pre-risorgimentale); oppure, fenomeni sociali, come il brigantaggio e l'emigrazione, l'analfabetismo e la miseria, le lotte contadine e l'occupazione di terre, congiunti a sconvolgimenti geologici o atmosferici (alluvioni, terremoti, innalzamento delle acque del Fucino, mutamenti climatici conseguenti al prosciugamento del lago stesso...): tutti questi fatti non possono non aver determinato atteggiamenti e comportamenti di difesa o di reazione delle popolazioni interessate.
Eppure è difficile rintracciare, negli scritti, quanto di tutto ció sia diventato argomento «folkloristico», ossia quanto sia divenuto patrimonio della cultura popolare (30). Limitiamoci ad un solo esempio riguardante il fenomeno del brigantaggio: la figura di un «brigante-eroe» (o anti-eroe, secondo i punti di vista) come il Borjés, ucciso a Tagliacozzo nel dicembre del 1861 dalle Guardie nazionali, non ha creato nella Marsica alcun mito, alcuna leggenda, e non ha ispirato nessun cantore popolare (31). Il problema che si pone, dunque, a coloro che vogliano accingersi a questo lavoro di scavo e di ricerca delle tradizioni popolari nella Marsica è quello di cercar di scoprire come mai la cultura popolare non abbia colto e trasfigurato quasi nessuna delle vicende storiche e naturali della propria terra, limitandosi a cantare o a rappresentare nelle sue manifestazioni collettive quasi esclusivamente i temi universali della nascita, della vita dell'uomo (visto quasi sempre come individuo o, tutt'al piú, come componente di un autonomo gruppo familiare), della morte, dell'amore, dello scherzo, del divertimento, del rapporto con i Santi.
Ma c'è anche un'altra possibilitá per lo studioso: quella di esaminare che cosa sia accaduto nella Marsica, soprattutto nel campo della cultura popolare, dopo il tragico evento del terremoto del 13 gennaio 1915. Ottomila morti solo ad Avezzano, su 11.000 abitanti; 30.000 morti in tutta la Marsica; monumenti e chiese distrutti; case diroccate; paesi interi cancellati dal sisma e ricostruiti altrove; un'economia e, quindi, tutta una struttura sociale sconvolte fin nelle radici da un evento che assunse dimensioni apocalittiche (32). Il terremoto non cancelló soltanto le tracce materiali del lavoro dell'uomo, ma influì negativamente anche sui legami che avevano unito, fino a quel momento, gli uomini della Marsica al loro passato, alle loro tradizioni, ai loro comportamenti. È ancora possibile rintracciare i segni di quel che doveva essere la mentalitá (come insieme di costume e norme di vita) degli abitanti della Marsica prima del 1915? (33).
Infine, ultimo motivo di riflessione e di indagine socio-conoscitiva potrebbe essere offerto dalle motivazioni attuali della rinascita, in tutti i centri della Marsica, del culto per le tradizioni popolari, per i riti religiosi, i festeggiamenti patronali, i pellegrinaggi, le sacre rappresentazioni (34). Un'ipotesi fatta balenare in occasione di incontri e di interviste è quella secondo cui alla base del risveglio della cultura popolare nella Marsica stia il ritorno in massa degli emigrati, i quali, vissuti per anni e anni fuori della loro terra, al ritorno vorrebbero ricostruire quell'immagine che del paese e della «festa» si erano portati all'estero (35).
Ma probabilmente c'è anche un'ansia di recupero «folkloristico» che nasce prevalentemente da esigenze turistiche, tanto piú forti quanto piú lo sviluppo agricolo e quello industriale della Marsica hanno subìto un duro contraccolpo dalla crisi energetica e dall'inflazione (36).
Quasi tutte le manifestazioni della cultura popolare oggi ancora presenti nella Marsica, infatti, risultano contaminate, se non del tutto modificate, da finalitá d'ordine turistico-commerciale. Come d'altronde si sta assistendo altrove, anche qui vi è un intenso rifiorire di sagre e riti folkloristici, spesso organizzati dalle Pro-Loco o da associazioni similari, con l'intervento decisivo sia delle parrocchie, sia degli Enti locali (Comuni, partiti, Regione). Basti pensare al S.Antonio Abate di Collelongo (una delle manifestazioni popolari piú note della zona), al rito dei serpari di Cocullo (che giá negli anni Sessanta appariva contaminato dall'intervento decisionale e organizzativo dell'Ente Provinciale per il Turismo dell'Aquila), alle processioni della Settimana Santa, ai concerti dei gruppi corali e ai raduni di costumi caratteristici, fino alle stesse celebrazioni dei Santi Patroni del paese o ai pellegrinaggi nei santuari piú celebri della re-gione, così come pure a quei riti agresti che una volta nascevano dal rapporto diretto tra il contadino e la campagna e oggi, invece, sono stati «riscoperti» dai turisti e dai villeggianti quasi esclusivamente come immagini del colore locale (come sta accadendo per la «gara del solco dritto» di Rocca di Mezzo). E non parliamo dei numerosi «presepi» viventi o delle «sacre rappresentazioni» organizzate piú a fini spettacolari che per intime esigenze di religiositá locale (37).
Tuttavia, esiste una «cultura sommersa», le cui timide espressioni possono ancora oggi rivelare un certo sforzo di creazione autonoma, di cultura «altra», che - anche se non vuol porsi in posizione antagonistica rispetto alla cultura egemone - tuttavia rivendica a sé un proprio ruolo e un proprio linguaggio. Nei nostri giri per la Marsica abbiamo avuto spesso occasione di imbatterci in manifestazioni autenticamente popolari, libere completamente da qualsiasi tentativo egemonico di approvazione o modificazione, dai pellegrinaggi a piedi attuati al di fuori delle direttive gerarchiche (Luco dei Marsi, Colli di Monte Bove) alle mostre d'arte contadina (Trasacco), dalle sacre rappresentazioni di tipo tradizionale (i «Signori dello Spirito Santo» a Luco) a un S.Antonio «privato», realizzato da gruppi autonomi (come a Cerchio, al «chiavone» di Paterno, alla «Taverna della salute» di Avezzano), dalle antiche incanate e antichi stor nelli contadini (Verrecchie) alle dolorose «nenie funebri» di fronte alla salma di un proprio congiunto (Lecce dei Marsi), dalle riunioni serali di preghiere e canti in onore di S.Berardo (Colli di Monte Bove) ai fuochi accesi per non interrompere una secolare tradizione di famiglia o di quartiere con finalitá aggregative e di distinzione («fuochi» per la Madonna di Pietraquaria ad Avezzano), dai «pani funebri» distribuiti durante un funerale a S.Elpidio nel Cicolano al grano cotto per la festa di S.Berardo di Pescina, fino all'adesione quasi passionale alle tradizionali confraternite e alle piccole ma sentite processioni di villaggio.
Un campo di ricerca sterminata, dunque, per il quale non basta l'impegno individuale, ma occorre che si muovano anche le strutture pubbliche, prima fra tutte la Regione e, subito dopo, l'Universitá dell'Aquila (38).
NOTE
1) Per un'ampia bibliografia su tutto il folklore abruzzese, anche se ferma al 1964, cfr. G.PROFETA, Bibliografia delle tradizioni popolari abruzzesi, Roma, ed. dell'Ateneo 1964, 268 pp.: in tale volume sono indicate circa 30 voci di lavori che si riferiscono, direttamente o indirettamente, alla cultura popolare nella Marsica. Una decina di titoli è possibile rintracciare in C.MINIERI-RICCIO, Biblioteca storico-topografica degli Abruzzi, 2 voll., Napoli, ed. Giannini, 1862-1891, rist. anast. Bologna, ed. Forni, 1968. Per quanto concerne le principali fonti letterarie dalle quali si possono ricavare informazioni utili sulle origini di culti religiosi, credenze popolari e costumi degli abitanti della Marsica, indichiamo qui quelle che ormai possono essere considerate i classici della storiografia locale: P.A.CORSIGNANI, Reggia Marsicana, Napoli, ed. Parrino, 1738, 2 voll., rist. anast. Bologna, ed. Forni, 1971; M.FEBONIO, Historiae Marsorum libri tres, Napoli, ed. Monachus, 1678.
2) Nei sei volumi di Usi e costumi abruzzesi di A.De Nino (Firenze, 1879-1897), le testimonianze prettamente marsicane si riducono a poche indicazioni sulle processioni in Avezzano (I, p. 44), sul carnevale in Taglia-cozzo (pp. 53-54), sulla «gara del solco» ad Avezzano e Gioia dei Marsi, (pp. 108-109), sul bagno nel fiume Liri (pp. 114-5); a tre fiabe o leggende sacre (III, pp. 99-103; IV, pp. 36-37 e 63-64). Anche se le citazioni di paesi della Marsica sono numerose, quasi sempre si riferiscono a riti e credenze comuni a numerose zone dell'Abruzzo, la cui provenienza spesso piú che marsicana potrebbe definirsi «peligna». Nel Finamore, poi, la Marsica è presente in misura molto piú ridotta, sotto forma di brevi cenni riferiti piú che altro per sentito dire. Del resto lo stesso Finamore indica chiaramente quali siano state le fonti da cui egli ricavó le proprie informazioni: «Questa informazione debbo a' miei amici L.Colantoni, di Pescina, e G.lacovitti, di S.Pelino, Avezzano» (cfr. nota a p.115 di Credenze usi e costumi abruzzesi, in Curiositá popolari tradizionali, a cura di G.Pitré, vol. VII, Palermo, Clausen, 1890, rist. anast. Bologna, Forni, 1974).
3) Per es., in T.BONANNI, La Corografia dei comuni e dei villaggi della provincia del 2° Abruzzo Ulteriore, L'Aquila, Grossi, 1883, rist. anast. Bologna, Seab, 1977, si trovano notizie utili su fiere annuali e feste religiose dei vari Comuni della Marsica (cfr. pp. 67-92), ma lo scopo del volume non è certamente quello di fare il quadro della cultura popolare nel territorio e nemmeno di descrivere gli aspetti spettacolari e folkloristici delle feste. Molto meno si trova in T.BROGI, La Marsica antica, medioevale e fino all'abolizione dei feudi, Roma 1900, rist. anastat. Avezzano, Libreria Editrice Universitaria, 1979 (a pp.9 ss. si accenna ai miti delle origini, a pp.25-26 alla figura di Angizia e a p.123 alle feste del X secolo). Un capitolo intero della Storia dei Marsi di L.Colantoni (Lanciano 1889, rist. anast. Avezzano, Polla, 1978) è dedicato alla «Mitologia dei Marsi» (pp.76-100), ma gli altri cenni sui riti e sui miti degli antichi Marsi sono alquanto irrilevanti (vedi pp.24-25 e 196-201). Piú utile potrebbe risultare la Storia di Avezzano di B.latosti, di cui piú che la parte storica è la parte cronachistica a suscitare un certo inte-resse, pur se limitato alle vicende e ai costumi quasi esclusivamente folklorico-religiosi di Avezzano.
4) Ne indichiamo solo alcune, che ci son sembrate le piú interessanti; G.PENNAZZA, I racconti di Angizia, Avezzano, ed.Maggi, 1922; F.NARDELLI, La Panarda, romanzo, Milano, Treves, 1927; D.SCIPIONI, Le feste di S.Antonio da Padova e del 20 ottobre a Magliano dei Marsi, Avezzano, ed.Vecchioni, 1930; A.FALCONE, Tempo di ieri, Foligno, ed.Carpitelli, 1931; A.LAURENTI, Oricola e contrada carseolana, Tivoli, ed.Mantero, 1933; A.ARESTI, Paese e paesani di Sante Marie, Avezzano, tip.Polla, 1947; ecc.
5) Tanto per fare un solo esempio, si pensi a Piccola foce, Roma 1942, dell'avezzanese G.Pennazza, in cui i temi «folklorici» piú indicativi risultano i pettegolezzi fra le «lattaie» di Cese (cfr. pp.21-22), le «serenate d'amore» dei giovanotti avezzanesi del bel tempo passato (pp.22-23), il bagno nel Rio di alcune avvenenti fanciulle celanesi (pp.29-30), qualche cenno su antiche tradizioni (S.Giovanni, comparatico, la «grazia del latte») e alcuni proverbi locali. Ancora piú sintomatico appare il caso del romanzo citato di F.Nardelli, La Panarda, in cui la descrizione del tradizionale pranzo collettivo in uso a Luco dei Marsi durante i festeggiamenti dello Spirito Santo si alterna ai brani di una dolente-ridanciana storia di signorotti locali in decadenza.
6) Tra gli oltre mille titoli di libri o articoli apparsi dal 1950 al 1980 sulle tradizioni popolari nella Marsica, solo pochi ci sembrano degni di nota per soliditá d'impianto, anche se rivolti ad esaminare solamente qualche particolare aspetto della cultura popolare nella zona: G.SQUILLA, Valle Roveto nella geografia e nella storia, Veroli, ed.Casamari, 1966 (utile, per quel che ci riguarda, il cap.XXXIII su «Costumi e usanze di Valle Roveto. Dialetto», pp.361-372); G.B.PITONI, La bocaletta: antologia del dialetto avezzanese, Roma, ed.della Torre, 1966 (interessante, oltre che per il glossario comprendente circa 500 vocaboli avezzanesi, anche per l'elenco dei soprannomi e la serie di proverbi locali, preceduti da una rassegna antologica di pagine dialettali di Ellegà e altri); W.CIANCIUSI, Collelongo, Teramo, Edigrafital, 1972; L'ora de lle cóse, L'Aquila, Tazzi, 1974 (l'una e l'altra opera ricche di osservazioni e ricordi sulla vita tradizionale di Collelongo, direttamente vissuta dall'autore); P.RICO - R.ROSATI, Celano ed i suoi SS.Martiri, Ciampino, tip.Paglia, 1977 (breve ma documentata ricostruzione storica del culto dei Santi protettori di Celano). Piú generiche (almeno per quel che riguarda l'informazione «folklorica») ci son sembrate le opere P.Bontempi (Usanze marsicane, Veroli, ed.Casamari, 1969; Santuari d'Abruzzo, Veroli, 1972), di E.Angelini (Trasacco e Candelecchia, Sulmona, ed.Labor, 1974) e di altri. Un cenno a parte merita il volumetto di E.Blasetti, Coscì parlèmmo nu, Roma, Edigraf, 1978, in cui l'autrice è riuscita a raccogliere piú di millesettecento vocaboli dell'autentico dialetto taglia-cozzano ed una breve ma significativa serie di illustrazioni di Paolo Venturini sugli arnesi e gli strumenti del lavoro contadino tradizionale. Infine, una posizione a sé occupano sia le opere di G.Profeta, E.Giancristofaro e altri, che solo marginalmente si occupano della Marsica, sia i libri e i saggi di A.Di Nola, l'unico studioso non marsicano che si sia finora occupato in modo serio e metodologicamente corretto della cultura nella Marsica (cfr. A.Di NOLA, Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana, Torino, ed.Boringhieri, 1976, rist. 1979).
7) Cfr.nota precedente. Alle opere giá ricordate deve aggiungersi Corcumello e la sapienza del suo popolo, Sulmona, La Madonna, 1977, un libro certamente utile.
8) Tra i contributi piú recenti, ricordiamo di A.Di NOLA - O.GROSSI, Memoria di una festa, Roma, ed.Quasar, 1980. Un lavoro di ricerca, estremamente interessante, pubblicato sulla «Rivista Abruzzese», a.XXXIV (1981), n.1, e a.XXXV (1982), n.1, è quello del giovane studioso I.Bellotta, Fasi transizionali di una cultura agro-pastorale: il Fucino.
9) Cfr. A.GRAMSCI, Arte e folklore, a cura di G.Prestipino, Roma, Newton Compton, 1976; L.M.LOMBARDI SATRIANI, Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Milano, Rizzoli, 1980 (v. in particolare il cap.I, pp.18 ss.: «Le osservazioni gramsciane sul folklore: dal "pittoresco" alla "contrapposizione"»).
10) Cfr. Fucino: il diario di una riforma, in AA. VV., II Fucino, Milano, Silvana Ed.d'Arte, 1977, pp.163 ss. Per quanto concerne le trasformazioni di costume ed il conflitto attualmente esiste tra «struttura» e «sovrastruttura» nel Fucino, cfr. A.Di NOLA, op.cit., introduzione, nn.4 e 5 a pp.25-26, e anche il lavoro di I.Bellotta cit.
Sintomatica, in proposito, appare l'azione di convincimento che l'Ente Fucino dovette fare nei primi anni di attuazione della riforma agraria per spingere i contadini a modificare alcuni loro usi e abitudini per adattarli alle nuove condizioni del dopo-Torlonia (cfr. M.A., Trasformazione dei carri agricoli, in «II Fucino», a.I, n.3, 20 luglio 1952, sull'opportunitá di sostituire le tradizionali ruote in legno con ruote a pneumatico montate su cuscinetti). Un segno caratteristico dell'attribuzione al folklore, da parte degli intellettuali e della classe colta in genere, di finalitá esclusivamente turistico-spettacolari, specialmente in connessione con le nuove possibilitá offerte dalle autostrade e dallo sviluppo del traffico automobilistico, è offerto dagli articoli di cronaca dei giornali locali (in modo particolare, dalle pagine locali di «II Tempo» e «II Messaggero») di cui non possiamo far altro che fornire un saggio: «... il folklore è oggi anche motivo di richiamo turistico, altamente suggestivo, in quanto che non si viaggia piú per godere bellezze naturali che ogni paese possiede, ma sempre piú curandosi proprio degli usi e costumi che ancora appaiono nelle feste popolari, perché il turista intelligente sa che attraverso il folklore si accosta all'anima dei popoli» («II Tempo», cronaca della Marsica, 2 novembre 1980).
12) Non siamo i soli a pronunciare questo atto di accusa. Recentemente, sul quindicinale avezzanese «Marsica Domani» sono apparsi due articoli di W.Cianciusi, i cui titoli giá di per sé sono abbastanza significativi: II folklore come rifugio (a.III, n.4, aprile 1979) e Lo sviamento della cultura nelle classi subalterne (a.III, n.6, 15 giugno 1979), entrambi rivolti a tratteggiare lo stato di ambiguitá in cui si muove oggi la cultura delle classi subalterne tra esigenza di autoidentificazione e assoggettamento alla cultura egemone.
13) II Di Nola accenna spesso alla «gestione parrocchiale» delle feste religiose e popolari nella Marsica (v. volume cit., pp.163 ss., e altrove). Ultimamente, lo stesso Di Nola (in Memoria di una festa, cit., pp. 29-37) dimostra come, perfino nel famosissimo pellegrinaggio della Trinitá a Vallepietra, accanto a motivi e riti propri della cultura subalterna si siano mescolati temi e atteggiamenti propri della cultura egemone o dotta, compreso il pianto delle zitelle, che la letteratura precedente aveva fatto passare per autentica espressione popolare (v. II pianto delle zitelle, in Italia, vol. 2, a cura di R. Leydi, libretto allegato al disco Albatros, 1970).
14) M.FEBONIO, Historiae Marsorum libri tres, Napoli, ed. Monachus, 1678; P.A.CORSIGNANI, Reggia Marsicana ovvero memorie topografico-storiche di varie colonie e cittá antiche e moderne della Provincia dei Marsi e Valeria, 2 voll., Napoli, ed. Parrino, 1738, rist. anast. Bologna, Forni, 1971. A titolo di esempio si consideri che gran parte delle credenze o leggende religiose attuali, o ancora conosciute dalla gente, si ritrovano tali e quali nei testi dei due autori su citati. In una nostra inchiesta, condotta a Colli di Monte Bove nell'ottobre del 1980, le informatrici A.D.G. di anni 78, S.A. di anni 87 e G.C. di anni 20, parlando di S.Berardo, patrono di Colli e di Pescina, hanno presentato come tradizioni orali i motivi dell'impronta della mula e del sasso, che si leggono a pp.152 ss. del Corsignani cit.
15) Vedi, a proposito del De Nino e del Finamore, nota 2.
16) Tranne le poche eccezioni a cui accennavamo in note 6 e 7.
17) Un primo tentativo è quello giá citato di I.Bellotta: cfr.nota 8. Ma ancora molto c'è da fare.
18) Se si dovesse fornire la bibliografia delle pubblicazioni riguardanti la storia, l'arte, la letteratura della Marsica, non basterebbe un volume. Solo limitandoci alle opere piú recenti e piú valide, ricordiamo R.COLAPIETRA, Fucino ieri, L'Aquila 1978; C.LETTA, I Marsi e il Fucino nell'antichità , Milano 1972; G.JETTI, Cronache della Marsica, Napoli 1978; ecc.
19) A tal riguardo, osiamo citare, tra i numerosi uomini di cultura dell'ultimo dopoguerra, proprio coloro che riteniamo le piú valide espres-sioni della cultura «popolaresca locale»: innanzi tutto, Ignazio Silone, il cui rapporto con il «popolo» è stato sempre difficile fin dagli anni in cui lo scrittore, giovane, s'impegnava in prima persona nella politica e nell'azione sindacale. Basti per tutti quanto ha scritto Bruno Vespa su «II Tempo» del 20 settembre 1978, pochi giorni dopo la morte dello scrittore: «Egli passava da clandestino nelle sue strade, s'infilava nella casa del cugino, chiedeva un bicchiere di vino rosso. Quando l'urna con le ceneri è arrivata a Pescina, c'era tanta gente: da vivo Silone avrebbe provato molto imbarazzo e forse anche qualche fastidio. Ma era una riconciliazione doverosa»; una riconciliazione postuma - aggiungiamo noi - che ha avuto molto di retorico e di strumentale. Lo scrivente ricorda personalmente l'ultima volta che Silone fu ad Avezzano: nella sala municipale della cittá tra lo scrittore e molti dei presenti scoppió una polemica violentissima sul tema della funzione dell'intellettuale nell'ambito della societá contemporanea; e Silone, indignato e umiliato dalle reazioni di alcuni giovani, uscì dalla sala giurando che non avrebbe messo piú piede nella Marsica. E ha mantenuto fede alla promessa: nella Marsica è tornato solo morto. E, come Silone, anche altri intellettuali, altri scrittori «popolari» o meglio popolareschi, che lo hanno seguito sulla strada della «letteratura di popolo», trovano oggi difficoltá a stabilire un legame piú stretto, a farsi comprendere da quel popolo che pur tanto amano e tanto vorrebbero comprendere. Ma sono su due piani completamente diversi: basti un nome, quello di Romolo Liberale, noto scrittore e poeta del dramma dei contadini del Fucino. Ma le sue opere, pur scritte sul popolo e per il popolo, non sono popolari: esse appartengono ad una élite, sono espressione di cultura dotta, non di cultura popolare.
20) Cfr.in proposito (riferito in particolare al problema delle trasformazioni linguistiche nel Fucino) il lavoro cit. di Ireneo Bellotta, p.32: «Due ultime osservazioni restano da proporre in questo settore di analisi: la prima riguarda i fenomeni e le inflessioni che, sotto il profilo delle valenze antropologiche, seguono una particolare curva rapportata, nel contadino fucinense inurbato, alla piú o meno esplicita posizione di ripudio della propria cultura e ad una sottesa vergogna di essere identificato [...]».
21) Alfonso Di Nola, di fronte a manifestazioni come quella che si puó ancor oggi osservare al Santuario di Vallepietra nel Lazio, al confine con la Marsica, così ebbe a dichÃarare in un'intervista concessa a «Famiglia Cristiana»: «Confesso di essere rimasto turbato: avvertivo la nuditá profonda della creatura di fronte alla potenza [...]. Ritengo che siano da scartare certi facili psicologismi che tendono a ridurre tutto a "emozionalitá", "tensione collettiva", "compartecipazione", "psicodramma". Qui c'è da spiegare un momento di vissuto esistenziale. L'ipotesi gram-sciana e marxista non funziona. L'antropologia classica entra in crisi, il contenuto umano non si presta ad essere ridotto a schema. Che c'è dentro?» (cfr. M.Cucco, Proletari al santuario, in «Famiglia Cristiana», n.30, 24 luglio 1977).
22) Non ci riferiamo qui alla processione-spettacolo di Capistrello, con l'incontro fra il Cristo e la Madonna e le varie scene della «tortura» del Cristo (citata e descritta da G.Finamore in Credenze usi e costumi abruzzesi, vol.VII cit., p.119, dietro informazione degli amici L.Colantoni di Pescina e G.lacovitti di S. Pelino, Avezzano), perché non ci risulta che oggi sia ancora in funzione. Ma in vari centri della Marsica le processioni del Venerdà Santo conservano anche oggi elementi «arcaici», soprattutto quella di Avezzano (cfr. G.PAGANI, Le processioni della Settimana Santa e le rivalità tra le Confraternite di S.Giovanni e di S.Rocco, in Avezzano e la sua storia, Casamari 1968, pp.279-286, che ripete, a distanza di molti decenni, quanto giá era apparso a B.latosti nella seconda metá dell'Ottocento, senza eccessive trasformazioni: cfr.B.IATOSTI, Storia di Avezzano, 1876. pp.57-73)
e quella di Celano (per quest'ultima si pensi che le polemiche tra i fedeli sull'ordine da assegnare alle diverse Confraternite, giá denunciate nel 1738 dal Corsignani (cfr. op.cit., vol.II, pp.334-335) sono ancora vive oggi, come appare dalle parole di un vecchio celanese, da noi intervistato durante la processione del Venerdì Santo del 1979: «Adesso non si puó di', criticare, che hanno levato tutta la tradizione [...] e oggi s'è disgregato tutto [...] Allora si ficeva il funerale il vennerdì di matina, era ancora vivo Cristo. Oggi poi è stato cambiato: ché se Cristo è morto il venerdì dopo pranzo, si diceva alla storia all'ora nona; allora hanno cambiato, che il finerale si fa dopo pranzo [...] II priore viene eletto col granturco: bianco o puramente del granturco, a favore che due ne porta per il priore; finito quello, fanno per il primo assistente, poi per il secondo, poi per il terzo, e fanno a votazione, o fagiolo o granturco: il fagiolo è sfavorevole, il granturco è favorevole [...] adesso che è uscita dopo pranzo, non viene piú a tempo...» (registraz. del 13 aprile 1979).
23) Nella stessa processione del Venerdì Santo a Celano (di cui alla nota precedente) abbiamo potuto intervistare il dottor Italo Taccone, comunista, allora sindaco della cittá, il quale espresse la necessitá di «vi-vere il sentimento religioso in unione con il popolo» (cfr. registraz. preced.); e in una intervista realizzata l'anno prima a Lecce dei Marsi, il sindaco di quel centro, anche lui comunista, ebbe a ribadire il bisogno di adulti e giovani di recuperare i valori religiosi e morali della tradizione (intervista al sindaco Mario Spallone, 13 agosto 1978).
Per quanto riguarda la «laicitá» di certi comportamenti religiosi popolari, cfr. Di NOLA, Memoria di una festa, cit., p.34 («Vallepietra è, sempre sul piano tipologico, una festa di carattere misto [...]: le plebi gestiscono in proprio e distanti dallo schema ecclesiastico il loro rapporto con il sacro. Le compagnie sono formazioni assolutamente laiche [...]».
24) Non ci risulta che sia stata effettuata, finora, una seria indagine sociologica sulla religiositá marsicana. Dobbiamo rifarci, quindi, ad un breve ma significativo lavoro di Eide Spedicato (La religione «invisibile» in Abruzzo, pubblicato nel numero 3-4, a.VI, 1972, della rivista «Trimestre» di Pescara, pp.541-548), in cui vengono illustrati i significati di un'inchiesta condotta in Abruzzo da parte dell'équipe del prof.Sabino Acquaviva dell'Universitá di Padova e del prof.Antonio Grumelli dell'universitá di Chieti. Dai risultati emersi dall'indagine è venuto fuori un quadro nuovo del comportamento degli Abruzzesi nei confronti della religione, di fronte al quale la Spedicato esprime il dubbio se si debba parlare di «nuova religiositá» oppure, piú semplicemente, di «principio di forme ateistiche». Riportiamo, qui, la parte conclusiva della nota di Eide Spedicato, così diversa nel tono dalla decisa affermazione di Ignazio Silone che, ancora nel 1948, parlava degli abruzzesi in termini di «santi e povera gente» (in Abruzzo e Molise, TCI 1948): «... molti interrogativi restano aperti. Certo, non puó negarsi l'esistenza di una forma di religione; quanto poi questa possa identificarsi con le credenze della Chiesa istituzionalizzata non puó desumersi dai dati, soprattutto perche la ricerca è ancora in fase di svolgimento [...]. Nessun intento di dare rÃsposte definitive è alla base di questo tentativo: ci basta aver sottolineato l'emergenza di nuove forme "religiose", o meglio aver avvertito l'esigenza di nuovi valori forse piú consoni alla innerlife della complessa dinamica del mondo moderno» (cit., p.548).
25) Tale tesi, presente nella maggior parte degli scritti sui serpari di Cocullo (e per la quale si rimanda all'ampia bibliografia presente nel volume del Di Nola giá citato), viene messa parzialmente in dubbio dallo stesso Di Nola, il quale nel capitolo X del suo volume Gli aspetti magico-religiosi..., a p.106, scrive: «Tuttavia né dal Febonio, né da questi testi emerge ancora l'indicazione specifica di un rapporto fra i Marsi e la festa cocullese. Deve trattarsi, quindi, di un collegamento individuato, o inventato, piú tardi e, quasi certamente, piú di origine colta che non popolare».
26) Si pensi, tanto per fare alcuni esempi, al bagno collettivo nel fiume Liri a Civitella Roveto (cfr. F.CERCONE, Sul Liri a Civitella Roveto il rito d'un Giordano abruzzese, in «Abruzzosette», 14 luglio 1977; ma anche: G.PENNAZZA, I racconti di Angizia, Avezzano, ed.Maggi, 1922, pp.155-157; G.BUCCELLA, Ortona dei Marsi in una cronaca inedita del XVIII secolo, Roma, ed.Palombi, 1972: su riti simili che si celebravano lungo le rive del fiume Giovenco; e, stesso tema: L.COLANTONI, Antica festa nazionale dei Marsi alle sorgenti del fiume Giovenco, in «Rivista Italiana», a.IX, n.48, 27 novembre 1879), alla originale cerimonia dei «Signori dello Spirito Santo» in Luco dei Marsi (recentemente documentata da Angelo De Bernardinis con un filmato realizzato durante la Pentecoste del 1977) e le stesse cerimonie del S.Domenico di Cocullo e del S.Antonio Abate di numerosi centri della Marsica.
27) Cfr. in proposito: G.Di PIETRO, Sotto a monte Labbrone, Trasacco, Club La Copella, s.d. (con la rievocazione della «storica» battaglia, con morti e feriti, tra Luco e Trasacco per il possesso della chiesetta di Candelecchia); A.FALCONE, Delitto di folla, Milano, Corbaccio, 1938 (sul linciaggio, avvenuto a Celano, di un uomo accusato di aver rubato le urne contenenti le reliquie dei Santi Martiri); A.PALANZA, Avezzano dei tempi andati, Roma, ed.Della Torre, 1966 (sugli scontri tra confraternite, pp.57-61, di cui giá riferiva nel 1876 B.latosti nella sua Storia di Avezzano, cit.). Ma v. anche episodi molto recenti, che denotano una concezione di possesso esclusivo non solo del fatto religioso, ma perfino della persona del prete (cfr. L.F. «0 don Pasqualino o... nessuno!» Gridano i fedeli di Roccavivi, in «II Tempo», cronaca della Marsica, 19 settembre 1980).
28) Per il rito alimentare, sempre connesso con l'evento religioso, vedi (oltre alle numerose indicazioni presenti in gran parte dei testi folklorici) F.NARDELLI, La panarda, Milano, ed.Treves, 1927.
29) Qualche indicazione viene offerta da G.Pansa, in Miti leggende e superstizioni dell'Abruzzo, voll. I e II, Sulmona 1924-1927, ma è troppo poco. Un riferimento alla battaglia di Tagliacozzo è in una novella raccolta da D.Ciampoli in Fiabe abruzzesi, Lecce 1880, ed è «II poema di Corradino ».
30) Tra le poche pagine che possono servire come richiamo folklorico di eventi naturali, ricordiamo un breve scritto di L.COLANTONI, La fata del Fucino: leggenda marsicana, pubblicato su «Marsica», numero unico, nel 1° anniversario del terremoto, Tip. dei Monasteri, Subiaco 1916, p.18.
31) La stessa figura, del Borjés, ha suscitato in altre regioni, come in Basilicata per esempio, l'interesse dei cantastorie (cfr. De profundis in morte di Borjés, canzone popolare incisa nel disco «Terra d'argilla e di ginestre» di Pietro Basentini, collana folk della Fonit-Cetra, 1975).
32) Cfr. «Marsica», num. unico cit.
33) A tal proposito, interessante ci è sembrata una indicazione del Di Nola (fornitaci a voce durante un incontro awenuto a Trasacco nel mese di ottobre del 1980), secondo cui i bassorilievi e le sculture delle chiese marsicane potrebbero fornire utili suggerimenti per una ricerca folklorica, tra cui interessantissimo quello della presenza di simboli fallici all'esterno delle chiese, come risulterebbe da alcune figure di S.Cesidio a Trasacco e della chiesa di S. Benedetto dei Marsi.
34) Cfr. «II Tempo», cronaca della Marsica, del 18 ottobre 1980 («Sembra rinascere un poco ovunque l'interesse per le tradizioni popolari »).
35) Intervista al sindaco di Lecce dei Marsi, prof. Mario Spallone, registrata il 14 agosto 1978.
36) Come appare molto evidente nell'articolo del «Tempo» del 23 agosto 1980 («355^ edizione del solco dritto: un'antica gara della montagna»), dove si parla dell'anticipo della gara agli ultimi giorni di agosto per dare la possibilitá ai turisti di assistervi e perfino parteciparvi.
37) Basta leggere le cronache locali di questi ultimi anni per averne un'idea!
38) Sono tutte esperienze che abbiamo avuto modo di vivere in prima persona nel corso degli anni 1977-1980.